Grazie caro maestro!

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(Español al final)

Era finendo il romanzo che ho scritto su il maestro Sciola, e lui, dopo da leggerlo, mi ha detto: mi piacerebbe un epilogo.
-Come, maestro? -ho chiesto.
-El epilogo che sogno: finire la mia vita fisica tornando al mio posto, la madre terra.
Ora lui è li. Questo testo, il epilogo da Natura Petrea, lo ho scritto io ma, davvero, lo aveva scritto lui molto prima.
Grazie maestro. Sei nel mio cuore per sempre.

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EPILOGO NATURA PETREA

Le prime luci del crepuscolo tingono il cielo di un rosso che somiglia al fuoco, mentre la luna si desta dal suo dormiveglia assistendo al silenzio sacro degli animali.
L’anziano guarda l’orizzonte e innalza una preghiera. Il suo corpo porta su di sé i segni del trascorrere degli anni, ma il suo incrollabile spirito lo mantiene indenne alla debolezza della vecchiaia. Attorno a lui si elevano centinaia di rocce da lui scolpite, giacché il disegno della natura questo gli affidò, fin dal principio. È lo scultore di pietre e lo sarà per sempre, un’eternità che non capisce ma che riesce a percepire.
Respira a fondo perché gli arrivi il profumo dei peschi e degli aranci, quella fragranza che è parte di lui dacché ha memoria, e scalzo gode della terra, che custodisce le anime dei suoi familiari e ciò che l’esistenza colma di bellezza gli ha regalato dall’infanzia.
L´uomo possiede la felicità di chi ha fatto tutto e non ha più nulla da chiedere. Il suo corpo magro e grinzoso, conserva ancora l’interezza della libertà. Sulle spalle regge una pesante borsa con i suoi semi petrei e lentamente percorre ogni centimetro del suo campo. Una a una tocca le grandi sculture, che lo salutano con le stesse vibrazioni che tanto tempo prima sono arrivate alle anime degli uomini portando il loro messaggio.
Va tutto bene, tutto è andato come doveva. Non sente oramai altro bisogno se non quello di appartenere a quel paese multicolore che è San Sperate, e non c’è altro luogo in cui stare se non quel campo.
Sulla terra spoglia, prende una pala e comincia a scavare una buca con la potenza del suo amore constante per la natura. Uno a uno sotterra i suoi semi, realizzando l’ultima e la più “sincera” delle sue opere. Ricorda che una volta qualcuno gli aveva chiesto se si potesse considerare arte qualcosa che nessuno avrebbe mai visto, e ora trova la risposta. L’arte, come la vita, non si fa né si esibisce: semplicemente è.
Lavora a dorso nudo sentendo gli ultimi raggi del sole avvolgerlo nel loro abbraccio. Con grande sforzo rende la buca ancora più profonda, e nelle sue “fauci” deposita più semi, più origine, più pietre che potranno “partorire” figli, come un tempo, una di esse, generò lui.
Su una collina, nel firmamento, si staglia il profilo di un grande trattore, le cui pale sembrano le braccia di un gigante. O di un Dio.
Il corpo dell’anziano trema, in preda all’emozione più forte che abbia mai sentito: quella della riconoscenza verso chi gli ha dato la vita. Capisce che il cammino che ha percorso è stato governato dalla pace; che la madre Terra ha vegliato sulla sua esistenza. Dentro di sé trabocca un amore inarrivabile, perpetuo, totale.
Le pale del trattore sollevano porzioni di terra che potrebbero dare origine a una montagna, e a questa visione comprende che è arrivato il momento di chiudere il ciclo meraviglioso che ha sempre caratterizzato il suo destino.
Si gira e Lui, il suo guardiano di pietra, trepida nel salutarlo. Accanto a lui siede Lei, la sua musa, la sua guida, la rappresentazione fisica della saggezza con la quale è potuta scorrere la vita.
Copiose lacrime rigano le guance dello scultore, come quelle di Lei che annuisce con un gesto del capo e labra tremanti, benedicendolo.
Con ciò che rimane delle sue forze, l’anziano attraversa il campo, la sua terra, il suo mondo. Gli ci vuole molto per arrivare in cima alla collina. Da lontano, Lui e Lei lo guardano allontanarsi. La sua ombra rimane avvolta sotto il grande sole che è sceso fino a posarsi dietro il suo corpo, offrendogli la protezione finale.
Pinuccio Sciola sente di bisogno di omaggiare la sacra natura, “sua” madre, con la maggiore delle offerte, l’ultima, quella suprema: il suo essere.
Le pale sollevano una grande porzione di terra, e con un sorriso colmo di emozione il maestro si butta dentro e, così ricoperto, recita il suo ultimo ringraziamento, giacché rientra nel luogo a cui è sempre appartenuto.
Quando non ero e non era il tempo
Quando il caos dominava l’universo
Quando il magma incandescente colava il mistero
della mia formazione
Da allora il mio tempo è rinchiuso da una crosta durissima
Ho vissuto ere geologiche interminabili
Immani cataclismi hanno scosso la mia memoria litica
Porto con emozione i primi segni della civiltà dell’uomo
Il mio tempo non ha tempo.
*
Pinuccio Sciola
ESPAÑOL
Terminaba de escribir la novela sobre el maestro Sciola, y él, tras leerla, me dijo:
-Me gustaría un epílogo.
-¿Cómo, maestro?
-El epílogo que sueño: terminar mi vida física regresando a mi lugar, la madre tierra.
Ahora él está ahí. Este texto, el epílogo de Naturaleza Pétrea, lo escribí yo pero, realmente, lo había escrito él mucho ates.
Gracias querido maestro. Estarás por siempre en mi corazón.
EPILOGO DE NATURALEZA PÉTREA
Las primeras luces del crepúsculo tiñen el cielo de un rojo que se parece al fuego, mientras la luna se despereza de su duermevela asistiendo al silencio sacro de los animales.
El anciano mira hacia el horizonte y eleva una plegaria. Su cuerpo carga las señales del transcurso de los años, pero su inquebrantable espíritu lo mantiene indemne de la debilidad de la vejez. A su alrededor se alzan cientos de rocas por él esculpidas, ya que así el designio de la naturaleza se lo encomendó desde el principio. Es el escultor de piedras y lo será por siempre, una eternidad que no comprende pero alcanza a percibir.
Aspira hondo para que el perfume de los durazneros y naranjos lo doten de esa fragancia que es parte de él desde que tiene memoria, y descalzo disfruta de la tierra, que atesora las almas de sus familiares y lo que la existencia plagada de belleza le regaló desde la infancia.
Posee la felicidad de quien lo ha hecho todo y ya no espera nada.
Su cuerpo magro y marchito, aún conserva la entereza de la libertad. Cargando una pesada bolsa con sus semillas pétreas, lentamente recorre cada centímetro del terreno. Una a una toca las grandes esculturas, que lo saludan con las mismas vibraciones que antaño han llegado hasta las almas de los hombres llevando su mensaje.
Ya está bien, todo sucedió como debía. No siente más necesidad que la de pertenecer a ese pueblo colorido que es San Sperate, y no hay otro lugar en el que estar que en ese campo.
Sobre la tierra yerma, coge una pala y comienza a cavar un hoyo con la potencia de su amor perenne por la naturaleza. Una a una entierra sus semillas, realizando la última y más sincera de sus obras. Recuerda que alguna vez alguien le preguntó si podía considerarse arte a algo que nadie viese, y ahora encuentra la respuesta. El arte, como la vida, no se hace ni se exhibe: es.
Trabaja con la piel al descubierto, sintiendo los postreros rayos del sol envolviéndolo en su abrazo. Con gran esfuerzo hace aún más profundo el pozo, en cuyas fauces deposita más semillas, más origen, más piedras que podrán engendrar hijos como alguna vez una lo engendró a él.
Sobre una colina, en el firmamento se recorta la silueta de un gran tractor cuyas astas se parecen a los brazos de un gigante. O de un Dios.
Su cuerpo tiembla por completo, presa de la emoción más fuerte que ha sentido, que es la del reconocimiento hacia quien le dio la vida. Comprende que el camino que recorrió estuvo regido por la paz, y que no es otra que la madre Tierra quien ha velado por su ser. Se desborda dentro suyo un amor inalcanzable, perpetuo, total. Las astas del tractor levantan porciones de tierra que podrían generar una montaña, y es al verlo que comprende que llegó el momento de cerrar el círculo maravilloso que siempre ha recorrido su destino.
Al tornarse, él, su guardián de piedra, trepida al saludarlo. A su lado está sentada ella, su musa, su guía, la representación física de la sabiduría con que pudo andar la vida.
Las lágrimas recorren sus mejillas y también las de ella, quien con labios temblorosos asiente con un gesto de cabeza, bendiciéndolo.
Con el remanente de sus fuerzas, el anciano corre por el campo, por su tierra, por su mundo. Anda mucho tiempo hasta llegar colina arriba. Desde lejos, él y ella lo ven alejarse. Su sombra queda envuelta bajo el gran sol que ha bajado hasta posarse por detrás de su cuerpo, brindándole la protección final.
Pinuccio necesita hacerle a su madre, la sagrada naturaleza, la mayor de las ofrendas, la última y suprema: su ser.
Las astas levantan una gran porción de tierra, y sonriendo de emoción el maestro se arroja dentro.
Cubierto por la tierra reza su último agradecimiento, ya que regresa al lugar al que siempre ha pertenecido.
Cuando no era y no era el tiempo
Cuando el caos dominaba el universo
Cuando el magma incandescente colaba el misterio
de mi formación
Desde entonces mi tiempo está encerrado en una
corteza muy dura
He vivido eras Geológicas interminables
Enormes cataclismos han sacudido mi memoria lítica
Llevo con emoción los primeros signos de
la civilización del hombre
Mi tiempo no tiene tiempo
 Sciola playing

 

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